E’ CHE, ALLE VOLTE, LE COSE
NON SONO QUEL CHE SEMBRANO.
Arabescava in silenzio, sperduto con la mente
fino quasi a zone abariche.
Soffriva da anni di una certa abasia, forse genetica
(ne soffriva anche un abavo, che era anche cieco,
perché si era abbacinato e poi anche abbarbagliato
mentre, durante una scalata, si era abbarbicato a un fuoco fatuo,
avendo precedentemente abbisciato e finendo
per abbriccare - appunto - alla cieca).
Mentre compiva il suo lavoro, si sentiva decisamente abbuzzito,
cosa che abominava e aborriva abreando
alla propria abulia e acatalessia.
Accaffò una scusa per la moglie e prese ad accagionarla
acciocché ella acciocchisse con lui. Intanto, accismava
e si accorava accosto al tavolo.
L’acinesia lo rendeva di pessimo umore,
come sempre, e quand’era nervoso ecco che lo colpiva
una tremenda forma di acirologia, seguita
da momenti di improvvisa acribia, sebbene fosse
un babbaccione e un babbusco babbuasso.
Allora, in quei momenti, ecco che baccagliava,
gran bacchillone, senza un attimo di bada,
pronto a badaluccare con qualsiasi baderla si perdesse
nella propria baeria. Trovava questo atteggiamento,
tipicamente femminile, un’intollerabile baiucola
e la contestava in modo balioso e balengo.
Baliva, infatti, balogiamente, che un saggio bazzuto,
balziculando in una bazzoffia, non perché fosse
un barbacheppio o un barbalacchio, ma a causa
di un basimento - forse cagionato da un attacco
di basofobia - quel saggio, comunque, aiutato
da un bastracone, inveì contro la moglie
e ne nacque un batasteo, un battibuglio senza eguali,
tale da mettere addosso una battosoffia incredibile.
Poi, finì tutto in qualche daddolo e la debacle
venne dimenticata nel giro di qualche ebdomada.
Riportò la mente al presente ed eccerpì una frase
di un eccettore, morto da tempo
(ma che lui, a causa di una fastidiosa ecmnesia,
pensava ancora vivo), e la pronunciò in totale ectlipsi.
Effluviava, a dire il vero, peggio di un egotele.
Motivo per cui la moglie stava ben lontana da lui,
benché faceto e ridacchione.
Ella facicchiava solo ciò che doveva fare.
Avesse conosciuto qualche facillimo facimolo facimale
l’avrebbe divulgato con facondia al fado marito
affinché rimediasse alla faglia che la natura
aveva compiuto nella sua testa.
Lassù, infatti, tutto sembrava fané.
Non era una fanfera, tanto ch’ella non lo sopportava
e s’invaghiva spesso di farfanicchi che la fastidiavano
su un fastigio con aria da gabbadei, quasi per gabbo,
con il viso gaetto. La portavano nel loro gagno,
privo di ogni promessa gala e lontano da ogni galloria,
denso di gannire e luogo adatto a modi garosi.
Un gineceo ove, dopo aver messo un disco di guzla
e aver danzato Habanere e altri balli,
si servivano di lei come di un hors-d’oeuvre
a base di huco. Poi, si perdevano in ricordi
di kandahar e bevevano kava.
Lei, triste e pentita, faceva splendide kleksografie
per il marito tradito, meraviglie che nascevano
da semplici labe. Il pover’uomo, soffrendo
di lagoftalmo, laonde teneva aperte le lappole,
lallerava tutta la notte (in silenzio, rispettoso della sua lalofobia)
osservando i lari (pur soffrendo di xantopsia)
e avvicinandoli con una lassa.
Alla fine, lasso, sorseggiava un lazzo vino.
Triste vita di un triste uomo.
Egli lillava tutto il giorno e lellava tutta la notte.
Finché, un giorno, fuggì in un sogno yogico
a bordo di un yuyù.
NON SONO QUEL CHE SEMBRANO.
Arabescava in silenzio, sperduto con la mente
fino quasi a zone abariche.
Soffriva da anni di una certa abasia, forse genetica
(ne soffriva anche un abavo, che era anche cieco,
perché si era abbacinato e poi anche abbarbagliato
mentre, durante una scalata, si era abbarbicato a un fuoco fatuo,
avendo precedentemente abbisciato e finendo
per abbriccare - appunto - alla cieca).
Mentre compiva il suo lavoro, si sentiva decisamente abbuzzito,
cosa che abominava e aborriva abreando
alla propria abulia e acatalessia.
Accaffò una scusa per la moglie e prese ad accagionarla
acciocché ella acciocchisse con lui. Intanto, accismava
e si accorava accosto al tavolo.
L’acinesia lo rendeva di pessimo umore,
come sempre, e quand’era nervoso ecco che lo colpiva
una tremenda forma di acirologia, seguita
da momenti di improvvisa acribia, sebbene fosse
un babbaccione e un babbusco babbuasso.
Allora, in quei momenti, ecco che baccagliava,
gran bacchillone, senza un attimo di bada,
pronto a badaluccare con qualsiasi baderla si perdesse
nella propria baeria. Trovava questo atteggiamento,
tipicamente femminile, un’intollerabile baiucola
e la contestava in modo balioso e balengo.
Baliva, infatti, balogiamente, che un saggio bazzuto,
balziculando in una bazzoffia, non perché fosse
un barbacheppio o un barbalacchio, ma a causa
di un basimento - forse cagionato da un attacco
di basofobia - quel saggio, comunque, aiutato
da un bastracone, inveì contro la moglie
e ne nacque un batasteo, un battibuglio senza eguali,
tale da mettere addosso una battosoffia incredibile.
Poi, finì tutto in qualche daddolo e la debacle
venne dimenticata nel giro di qualche ebdomada.
Riportò la mente al presente ed eccerpì una frase
di un eccettore, morto da tempo
(ma che lui, a causa di una fastidiosa ecmnesia,
pensava ancora vivo), e la pronunciò in totale ectlipsi.
Effluviava, a dire il vero, peggio di un egotele.
Motivo per cui la moglie stava ben lontana da lui,
benché faceto e ridacchione.
Ella facicchiava solo ciò che doveva fare.
Avesse conosciuto qualche facillimo facimolo facimale
l’avrebbe divulgato con facondia al fado marito
affinché rimediasse alla faglia che la natura
aveva compiuto nella sua testa.
Lassù, infatti, tutto sembrava fané.
Non era una fanfera, tanto ch’ella non lo sopportava
e s’invaghiva spesso di farfanicchi che la fastidiavano
su un fastigio con aria da gabbadei, quasi per gabbo,
con il viso gaetto. La portavano nel loro gagno,
privo di ogni promessa gala e lontano da ogni galloria,
denso di gannire e luogo adatto a modi garosi.
Un gineceo ove, dopo aver messo un disco di guzla
e aver danzato Habanere e altri balli,
si servivano di lei come di un hors-d’oeuvre
a base di huco. Poi, si perdevano in ricordi
di kandahar e bevevano kava.
Lei, triste e pentita, faceva splendide kleksografie
per il marito tradito, meraviglie che nascevano
da semplici labe. Il pover’uomo, soffrendo
di lagoftalmo, laonde teneva aperte le lappole,
lallerava tutta la notte (in silenzio, rispettoso della sua lalofobia)
osservando i lari (pur soffrendo di xantopsia)
e avvicinandoli con una lassa.
Alla fine, lasso, sorseggiava un lazzo vino.
Triste vita di un triste uomo.
Egli lillava tutto il giorno e lellava tutta la notte.
Finché, un giorno, fuggì in un sogno yogico
a bordo di un yuyù.

