INSPIRATION IN ASIA.
Hey, quanta polvere qui dentro!
Quanto tempo, quanti giorni, quante parole mancanti.
Come state?
Siete cambiati in queste mie settimane di assenza?
Io ho viaggiato.
Dentro e fuori la città, con scatoloni in macchina.
Dentro e fuori l’agenzia con i soliti problemi
e problemi nuovi.
In Noi.
Nel mondo.
In Facebook, per un po’.
Poi, ve lo devo dire, di quest’ultimo mi sono rotto le scatole.
Somiglia troppo a un reality.
E i reality non mi piacciono. Mi fanno tristezza.
Non tanto per quello che accade dentro lo schermo
(che ormai non è più uno schermo, ma una finestra,
attraverso la quale possiamo vedere il lato mediocre delle nostre vite.
Rappresentato da personaggi di basso livello).
Dei reality, in realtà, mi fa tristezza chi è fuori dallo schermo.
E passa il proprio tempo a osservare gente di poco conto
che fa cose quotidiane.
La realtà che malinterpreta se stessa.
La quotidianità becera usata come salvagente
per sopravvivere alla propria piccolezza.
Perché non funziona più l’esempio positivo,
eccellente, aspirazionale usato come sprone a elevarsi.
Ormai siamo nell’era dell’esempio senza valore
usato come scusante per non cercare di lavorare
su se stessi e diventare persone migliori,
superare i propri limiti, spingersi oltre e più in alto.
Siamo rassegnati. Ecco il problema.
Chi scrive non legge Borges,
perché finirebbe solo per pensare “Diamine, non scriverò mai così!”.
Chi suona il piano non ascolta Keith Jarret,
perché si darebbe all’ocarina.
E così via.
Al giorno d’oggi, chi scrive legge libracci scritti male,
perché dentro sente espandersi la piacevole sensazione
di essere all’altezza.
Ho letto due giorni fa un’intervista a Nuno Bettencourt
(bravissimo chitarrista della band americana Extreme.
Lo so: non li conoscete.
Eppure “More than words” la canticchiano anche i fan di Jovanotti).
Diceva una cosa talmente ovvia da doverla necessariamente ribadire:
“Tutti mi dicono che la mia abilità con la chitarra
è un dono del destino, un talento innato, una caratteristica benedetta.
Che cazzate: guardate che io sin da adolescente
mi chiudevo in camera dodici ore al giorno a studiare la chitarra
e fare pratica.
Non è caso: tutti con la pratica possono fare quello che vogliono!”.
Ecco: incontriamo qualcuno bravo in qualcosa e ci rifugiamo
nell’idea che la sua capacità sia un dono.
Perché è più comodo che ammettere che, se davvero volessimo,
potremmo tentare anche noi. Ma ci vorrebbe un grandissimo impegno.
Dell’impegno parleremo in uno dei prossimi post!
Utilizzerò ancora Facebook, ho anche aperto un profilo Lo Scriba.
Ma lo userò ogni tanto. Solo ogni tanto.
Lasciamo stare.
Cambiamo argomento.
Parliamo di qualcosa di bello:
la Musica!
Ieri sera sono andato al concerto degli Asia.
Qualcuno li ricorderà, magari non i più giovani
(l’età media al concerto era superiore ai 38 anni).
Si tratta di quattro musicisti provenienti da grandi gruppi del passato
(Yes, King Crimson, Emerson Lake & Palmer e Buggles, per citarne alcuni).
Per molti di voi questi nomi non significano nulla.
Ma, se vi facessi sentire qualche canzone,
riconoscereste cose note.
Per esempio:
YES: “Roundabout”, “Starship Trooper” e “Owner of a lonely heart”.
KING CRIMSON: “21st Century Schizoid Man”, “The court of the Crimson King”
e “Larks Tongues in Aspic”.
ELP: “Fanfare for a Common Man” e “From the Beginning”.
THE BUGGLES: basti “Video Killed the Radio Star” (profetico, eh?).
E degli Asia ricorderete: “Heat of the moment”.
Insomma, quattro sessantenni sul palco:
se mi capite, una cosa che fa bene.
Perché quelli non suonano spartiti scritti da uomini marketing,
non suonano sorridendo alle telecamere,
non suonano per aggiudicarsi il voto da casa o passare il turno.
Suonano perché amano suonare.
E si sente.
Il concerto è stato bello.
La gente poca.
La musica ottima.
Un vero piacere.
Da tornare a casa con le dita desiderose
di passeggiare sulle corde.
A proposito di reality,
tornando a casa mi è venuto in mente X Factor.
Che considero un folgorante passo in avanti
a livello di presenza musicale sulla televisione italiana
rispetto a quella esibizione marcescente che è Sanremo.
Anche se, essendo quasi esclusivamente un programma televisivo,
temo che con la musica abbia a che fare solo marginalmente.
Pensavo: negli anni ’70, il marketing entrava nella vita dei gruppi
e dei cantanti una volta diventati famosi (dopo la gavetta dai localini
ai localoni, alle radio e ai palchi).
Negli anni ’80, il marketing si è portato avanti:
è passato a lavorare già dal primo disco. Indumenti di scena compresi.
Negli anni ’90, il marketing ha iniziato a creare personaggi
prima ancora che mettessero un microfono davanti alla bocca
(basti pensare a fenomeni come Take That, Spice Girls e simili).
Ora, se penso a X Factor, mi rendo conto che il marketing si è fatto furbo.
Se crei dal nulla un personaggio famoso (perguadagnare sulla sua carriera),
quello poi si monta la testa e fai fatica.
Se il tuo guadagno lo concentri nell’attività di creazione del personaggio,
ecco che non ti interessa più cosa accadrà dopo.
X Factor è questo. Il riflettore è sul processo di creazione del personaggio.
Poi si spegne. O finisce nelle mani del marketing più tradizionale.
Ho sentito diverse persone dire:
“Almeno X Factor si basa sul talento e aiuta i musicisti sconosciuti”.
Può essere.
Fino a un certo punto.
Nel senso che prende gente che in effetti ha del valore
e si concentra sul renderla televisiva.
Ma, se volete veramente aiutare i giovani musicisti emergenti,
andate a vederli nei locali, ad applaudirli, a comprare i loro cd auto-prodotti.
Questo li aiuta.
Magari, se volete fare di più, ricordatevi che con “musicisti”
non s’intende solo “cantanti”.
Provate a dare un minimo di attenzione anche agli strumentisti.
Sono tornato.
Tutto qui.
E ho molto da dire.
Ma, per oggi, Big Ben ha detto “Stop!”.
Vi lascio dedicandovi “The Clap”!
A tutto volume!
Hey, quanta polvere qui dentro!
Quanto tempo, quanti giorni, quante parole mancanti.
Come state?
Siete cambiati in queste mie settimane di assenza?
Io ho viaggiato.
Dentro e fuori la città, con scatoloni in macchina.
Dentro e fuori l’agenzia con i soliti problemi
e problemi nuovi.
In Noi.
Nel mondo.
In Facebook, per un po’.
Poi, ve lo devo dire, di quest’ultimo mi sono rotto le scatole.
Somiglia troppo a un reality.
E i reality non mi piacciono. Mi fanno tristezza.
Non tanto per quello che accade dentro lo schermo
(che ormai non è più uno schermo, ma una finestra,
attraverso la quale possiamo vedere il lato mediocre delle nostre vite.
Rappresentato da personaggi di basso livello).
Dei reality, in realtà, mi fa tristezza chi è fuori dallo schermo.
E passa il proprio tempo a osservare gente di poco conto
che fa cose quotidiane.
La realtà che malinterpreta se stessa.
La quotidianità becera usata come salvagente
per sopravvivere alla propria piccolezza.
Perché non funziona più l’esempio positivo,
eccellente, aspirazionale usato come sprone a elevarsi.
Ormai siamo nell’era dell’esempio senza valore
usato come scusante per non cercare di lavorare
su se stessi e diventare persone migliori,
superare i propri limiti, spingersi oltre e più in alto.
Siamo rassegnati. Ecco il problema.
Chi scrive non legge Borges,
perché finirebbe solo per pensare “Diamine, non scriverò mai così!”.
Chi suona il piano non ascolta Keith Jarret,
perché si darebbe all’ocarina.
E così via.
Al giorno d’oggi, chi scrive legge libracci scritti male,
perché dentro sente espandersi la piacevole sensazione
di essere all’altezza.
Ho letto due giorni fa un’intervista a Nuno Bettencourt
(bravissimo chitarrista della band americana Extreme.
Lo so: non li conoscete.
Eppure “More than words” la canticchiano anche i fan di Jovanotti).
Diceva una cosa talmente ovvia da doverla necessariamente ribadire:
“Tutti mi dicono che la mia abilità con la chitarra
è un dono del destino, un talento innato, una caratteristica benedetta.
Che cazzate: guardate che io sin da adolescente
mi chiudevo in camera dodici ore al giorno a studiare la chitarra
e fare pratica.
Non è caso: tutti con la pratica possono fare quello che vogliono!”.
Ecco: incontriamo qualcuno bravo in qualcosa e ci rifugiamo
nell’idea che la sua capacità sia un dono.
Perché è più comodo che ammettere che, se davvero volessimo,
potremmo tentare anche noi. Ma ci vorrebbe un grandissimo impegno.
Dell’impegno parleremo in uno dei prossimi post!
Utilizzerò ancora Facebook, ho anche aperto un profilo Lo Scriba.
Ma lo userò ogni tanto. Solo ogni tanto.
Lasciamo stare.
Cambiamo argomento.
Parliamo di qualcosa di bello:
la Musica!
Ieri sera sono andato al concerto degli Asia.
Qualcuno li ricorderà, magari non i più giovani
(l’età media al concerto era superiore ai 38 anni).
Si tratta di quattro musicisti provenienti da grandi gruppi del passato
(Yes, King Crimson, Emerson Lake & Palmer e Buggles, per citarne alcuni).
Per molti di voi questi nomi non significano nulla.
Ma, se vi facessi sentire qualche canzone,
riconoscereste cose note.
Per esempio:
YES: “Roundabout”, “Starship Trooper” e “Owner of a lonely heart”.
KING CRIMSON: “21st Century Schizoid Man”, “The court of the Crimson King”
e “Larks Tongues in Aspic”.
ELP: “Fanfare for a Common Man” e “From the Beginning”.
THE BUGGLES: basti “Video Killed the Radio Star” (profetico, eh?).
E degli Asia ricorderete: “Heat of the moment”.
Insomma, quattro sessantenni sul palco:
se mi capite, una cosa che fa bene.
Perché quelli non suonano spartiti scritti da uomini marketing,
non suonano sorridendo alle telecamere,
non suonano per aggiudicarsi il voto da casa o passare il turno.
Suonano perché amano suonare.
E si sente.
Il concerto è stato bello.
La gente poca.
La musica ottima.
Un vero piacere.
Da tornare a casa con le dita desiderose
di passeggiare sulle corde.
A proposito di reality,
tornando a casa mi è venuto in mente X Factor.
Che considero un folgorante passo in avanti
a livello di presenza musicale sulla televisione italiana
rispetto a quella esibizione marcescente che è Sanremo.
Anche se, essendo quasi esclusivamente un programma televisivo,
temo che con la musica abbia a che fare solo marginalmente.
Pensavo: negli anni ’70, il marketing entrava nella vita dei gruppi
e dei cantanti una volta diventati famosi (dopo la gavetta dai localini
ai localoni, alle radio e ai palchi).
Negli anni ’80, il marketing si è portato avanti:
è passato a lavorare già dal primo disco. Indumenti di scena compresi.
Negli anni ’90, il marketing ha iniziato a creare personaggi
prima ancora che mettessero un microfono davanti alla bocca
(basti pensare a fenomeni come Take That, Spice Girls e simili).
Ora, se penso a X Factor, mi rendo conto che il marketing si è fatto furbo.
Se crei dal nulla un personaggio famoso (perguadagnare sulla sua carriera),
quello poi si monta la testa e fai fatica.
Se il tuo guadagno lo concentri nell’attività di creazione del personaggio,
ecco che non ti interessa più cosa accadrà dopo.
X Factor è questo. Il riflettore è sul processo di creazione del personaggio.
Poi si spegne. O finisce nelle mani del marketing più tradizionale.
Ho sentito diverse persone dire:
“Almeno X Factor si basa sul talento e aiuta i musicisti sconosciuti”.
Può essere.
Fino a un certo punto.
Nel senso che prende gente che in effetti ha del valore
e si concentra sul renderla televisiva.
Ma, se volete veramente aiutare i giovani musicisti emergenti,
andate a vederli nei locali, ad applaudirli, a comprare i loro cd auto-prodotti.
Questo li aiuta.
Magari, se volete fare di più, ricordatevi che con “musicisti”
non s’intende solo “cantanti”.
Provate a dare un minimo di attenzione anche agli strumentisti.
Sono tornato.
Tutto qui.
E ho molto da dire.
Ma, per oggi, Big Ben ha detto “Stop!”.
Vi lascio dedicandovi “The Clap”!
A tutto volume!
