HEROES
Eroi.
Di questo vorrei scrivere per poche righe.
Di eroi.
E non vorrei avervi tratto in inganno:
non intendo parlare di un serial tv.
Non ci tengo neanche a spendere parole
sugli eroi istituzionali.
Classici o moderni.
Quelli, per intenderci,
che si sono guadagnati un tale appellativo
durante una o cento battaglie,
più o meno armate,
combattute con parole o con proiettili,
con coraggio o con rassegnazione.
Non parlerò di Achille o Ercole,
di Mandela o Gandhi,
di Falcone o Borsellino,
di Che Guevara o dei pompieri di New York.
Lascio che siano altri a parlare
di nomi grandi e personaggi illustri.
Vorrei invece dedicare qualche parola
agli eroi piccoli.
Quelli di tutti i giorni.
Se mi credete, non meno eroi
di quelli che hanno riempito
pagine di libri.
Gente senza nome,
volti che si scordano
pochi minuti dopo averli incrociati.
Uomini e donne
che si comportano
secondo le regole.
Con la difficoltà che questo comporta.
Non passano avanti alla fila,
né quella per la cassa del supermercato
né quella della vita.
Non barano.
Non incolpano altri per i propri sfaceli.
Ma si rimboccano le maniche
e provano a rimediare.
Ce ne sono.
Ce ne sono tanti.
Gli eroi veri.
Quelli che mai prendiamo
come esempio.
Perché non fanno clamore.
Scivolano nel nostro campo visivo
senza lasciare alcuna
impressione sulle nostre retine.
Nonostante questo,
potrebbero insegnarci molto
sul coraggio, sulla tenacia, sull’onestà.
E sono convinto che,
se il mondo prendesse spunto da loro,
sarebbe un mondo migliore.
Oggi mi è tornato in mente
uno di questi eroi.
Qualcuno che,
per puro caso,
mi si è impresso sulla retina
dell’anima.
E che mi ero ripromesso
di non dimenticare.
L’ho incrociato un giorno.
Pochi secondi.
Nessuna parola.
Ma l’idea che mi sono fatto
è quanto trovate qui sotto.
E forse ho sbagliato tutto.
Ma non penso.
Ché le intuizioni,
a volte,
sono la via più sincera e diretta
verso la verità.
Anche quando l’intuizione
ti coglie in via Medeghino,
una sera di un afoso giugno
di qualche anno fa.
Una sera…
(ci starebbe bene della musica
qui. Capossela, magari.
O “If I had a heart” di Joni Mitchell.)
... uscito dal grande supermercato,
quello dove non mi piaceva poi così tanto andare,
ma che si trovava tra il box della moto e casa,
stavo aspettando,
con due borse pesanti in mano,
che il semaforo concedesse
un po’ di riposo al rosso e
si sgranchisse le luci con un po’ di verde.
Dall’altra parte della strada:
le vetrine già popolate
del grande ristorante specializzato
nel rituale della pasta,
la piccola vetrina della pizzeria
con solo servizio di take away e delivery,
il fiorista già chiuso
e, poco più in là,
la gelateria.
Perso in anticipazioni
di cioccolato fondente e cocco,
non badavo al solito panorama
del solito ritorno a casa.
Quando ecco uscire dalla pizzeria,
un tale tutto ossa sbilenche
e cappellino giallo.
Uno di quei cappellini
(strano come, a volte, di tutta una persona
ci resta in mente solo un piccolo particolare)
di pessima tela, con la visiera in plasticaccia
e il nome di una
compagnia petrolifera davanti.
Di quelli che può portare
solo un ciclista anni ’50
o questo tizio.
Qualcosa in lui
mi ha colpito.
E, attraversando la strada,
l’ho seguito con gli occhi.
Cercando di cogliere
i particolari di una vita
nel breve movimento
di un uomo che depone
una pizza nel portapacchi di un motorino,
sale in sella e parte.
Nell’insieme,
quello che si vede traballare
su un SI che ha già raggiunto la maggiore età
è un uomo sui sessanta,
con la faccia da valigia di cartone
e una maglietta sudata.
Portatore di pizze a domicilio.
Per destino o per scelta.
Probabilmente gli altri fattorini,
colleghi di corse al profumo di pizza,
lo prendono spesso in giro.
Per l’età, per il cappellino,
probabilmente per il gergo che usa.
Ma forse, in qualche modo,
gli invidiano quella sorta di sorriso
con cui prende i cartoni delle pizze
dalle mani del pizzaiolo
e corre a consegnarli.
Poche monete a corsa.
Chissà.
Prima magari lavorava in un’azienda
che ha chiuso.
O forse è in pensione,
ma la pensione non gli basta
per campare.
Oppure ha sempre fatto lavori del genere
e ora, troppo vecchio per scaricare cassette
all’ortomercato, è passato al ramo
della consegna delle pizze.
E così mantiene la famiglia.
E forse non l’ha neanche una famiglia.
Ma, non so come mai,
immagino ce l’abbia.
Mi dà questa impressione.
Consegna pizze.
Lui.
E sorride.
E in quel sorriso ci leggi
una persona buona.
Uno che,
quando la vita ha rallentato,
se l’è caricata in spalla
e l’ha trascinata lungo la strada.
Se l’è consegnata a domicilio.
Uno come altri.
Non uno come tutti.
Ma, se girate per la città,
di occhi come quelli,
di sorrisi come quello
vi capiterà di vederli.
E voi dite quello che volete,
ma per me,
per mille ragioni,
il termine “eroe”
a gente così calza
a pennello.
Come un cappellino giallo.
