lunedì, 29 ottobre 2007

HEROES

Eroi.
Di questo vorrei scrivere per poche righe.
Di eroi.

E non vorrei avervi tratto in inganno:  
non intendo parlare di un serial tv.
Non ci tengo neanche a spendere parole
sugli eroi istituzionali.
Classici o moderni.
Quelli, per intenderci,
che si sono guadagnati un tale appellativo
durante una o cento battaglie,
più o meno armate,
combattute con parole o con proiettili,
con coraggio o con rassegnazione.

Non parlerò di Achille o Ercole,
di Mandela o Gandhi,
di Falcone o Borsellino,
di Che Guevara o dei pompieri di New York.
Lascio che siano altri a parlare
di nomi grandi e personaggi illustri.

Vorrei invece dedicare qualche parola
agli eroi piccoli.
Quelli di tutti i giorni.
Se mi credete, non meno eroi
di quelli che hanno riempito
pagine di libri.
Gente senza nome,
volti che si scordano
pochi minuti dopo averli incrociati.

Uomini e donne
che si comportano
secondo le regole.
Con la difficoltà che questo comporta.
Non passano avanti alla fila,
né quella per la cassa del supermercato
né quella della vita.
Non barano.
Non incolpano altri per i propri sfaceli.
Ma si rimboccano le maniche
e provano a rimediare.

Ce ne sono.
Ce ne sono tanti.
Gli eroi veri.
Quelli che mai prendiamo
come esempio.
Perché non fanno clamore.
Scivolano nel nostro campo visivo
senza lasciare alcuna
impressione sulle nostre retine.

Nonostante questo,
potrebbero insegnarci molto
sul coraggio, sulla tenacia, sull’onestà.
E sono convinto che,
se il mondo prendesse spunto da loro,
sarebbe un mondo migliore.

Oggi mi è tornato in mente
uno di questi eroi.
Qualcuno che,
per puro caso,
mi si è impresso sulla retina
dell’anima.
E che mi ero ripromesso
di non dimenticare.

L’ho incrociato un giorno.
Pochi secondi.
Nessuna parola.
Ma l’idea che mi sono fatto
è quanto trovate qui sotto.
E forse ho sbagliato tutto.
Ma non penso.
Ché le intuizioni,
a volte,
sono la via più sincera e diretta
verso la verità.

Anche quando l’intuizione
ti coglie in via Medeghino,
una sera di un afoso giugno
di qualche anno fa.

Una sera…

(ci starebbe bene della musica
qui. Capossela, magari.
O “If I had a heart” di Joni Mitchell.)

... uscito dal grande supermercato,
quello dove non mi piaceva poi così tanto andare,
ma che si trovava tra il box della moto e casa,
stavo aspettando,
con due borse pesanti in mano,
che il semaforo concedesse
un po’ di riposo al rosso e
si sgranchisse le luci con un po’ di verde.

Dall’altra parte della strada:
le vetrine già popolate
del grande ristorante specializzato
nel rituale della pasta,
la piccola vetrina della pizzeria
con solo servizio di take away e delivery,
il fiorista già chiuso
e, poco più in là,
la gelateria.

Perso in anticipazioni
di cioccolato fondente e cocco,
non badavo al solito panorama
del solito ritorno a casa.
Quando ecco uscire dalla pizzeria,
un tale tutto ossa sbilenche
e cappellino giallo.
Uno di quei cappellini
(strano come, a volte, di tutta una persona
ci resta in mente solo un piccolo particolare)
di pessima tela, con la visiera in plasticaccia
e il nome di una
compagnia petrolifera davanti.
Di quelli che può portare
solo un ciclista anni ’50
o questo tizio.

Qualcosa in lui
mi ha colpito.
E, attraversando la strada,
l’ho seguito con gli occhi.
Cercando di cogliere
i particolari di una vita
nel breve movimento
di un uomo che depone
una pizza nel portapacchi di un motorino,
sale in sella e parte.

Nell’insieme,
quello che si vede traballare
su un SI che ha già raggiunto la maggiore età
è un uomo sui sessanta,
con la faccia da valigia di cartone
e una maglietta sudata.
Portatore di pizze a domicilio.
Per destino o per scelta.

Probabilmente gli altri fattorini,
colleghi di corse al profumo di pizza,
lo prendono spesso in giro.
Per l’età, per il cappellino,
probabilmente per il gergo che usa.
Ma forse, in qualche modo,
gli invidiano quella sorta di sorriso
con cui prende i cartoni delle pizze
dalle mani del pizzaiolo
e corre a consegnarli.
Poche monete a corsa.

Chissà.
Prima magari lavorava in un’azienda
che ha chiuso.
O forse è in pensione,
ma la pensione non gli basta
per campare.
Oppure ha sempre fatto lavori del genere
e ora, troppo vecchio per scaricare cassette
all’ortomercato, è passato al ramo
della consegna delle pizze.

E così mantiene la famiglia.
E forse non l’ha neanche una famiglia.
Ma, non so come mai,
immagino ce l’abbia.
Mi dà questa impressione.

Consegna pizze.
Lui.
E sorride.
E in quel sorriso ci leggi
una persona buona.
Uno che,
quando la vita ha rallentato,
se l’è caricata in spalla
e l’ha trascinata lungo la strada.
Se l’è consegnata a domicilio.

Uno come altri.
Non uno come tutti.
Ma, se girate per la città,
di occhi come quelli,
di sorrisi come quello
vi capiterà di vederli.

E voi dite quello che volete,
ma per me,
per mille ragioni,
il termine “eroe”
a gente così calza
a pennello.
Come un cappellino giallo.



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mercoledì, 10 ottobre 2007
SOGNI DA FALENA.

C’è un posto, in Grecia, sull’isola di Rodi.
Si chiama Valle delle Farfalle.
E non sono realmente farfalle,
ma falene.

E qui ci sarebbe da aprire
una lunga parentesi,
perché le falene sono a tutti gli effetti farfalle.
Ma, prive di colori sgargianti,
ecco che le abbiamo
catalogate come meno interessanti.
La scienza le dice farfalle,
la consuetudine le declassa.

Falene,
in ogni caso,
milioni di falene.
Una specie in via di estinzione.
Un popolo di falene
con un’abitudine:
la migrazione.

Nel tardo settembre,
volano via.
Volano fino alla Polinesia o all’Africa,
sinceramente non ricordo perfettamente
ciò che i cartelli in quel posto illustravano.

Ricordo le spiegazioni sul fatto che
le falene devono dormire tutta l’estate.
Altrimenti non hanno abbastanza
forza per migrare e
finiscono per morire durante il viaggio.

Ricordo alberi gremiti di falene.
Un albero pieno di falene addormentate
è come qualcuno con un cappotto imbottito,
come quei copricaloriferi cicciosi,
come le tute da sci.

Alberi completamente coperti
di ali ripiegate.
Dormono
quelle
e forse sognano.

E ogni tanto qualche turista idiota,
qualche visitatore incivile,
batte forte le mani,
così quelle si svegliano,
di soprassalto,
si spaventano e si librano in volo.

Migliaia di falene in volo.
Non hanno i colori delle farfalle,
va bene.
Ma sono sempre migliaia di ali.
E’ uno spettacolo.
E allora ecco il turista idiota
che scatta foto a quell’aria vorticante di ali.

Ho visitato quel posto.
Ed esplorandolo me ne sono pentito.
E’ un posto cui nessuno dovrebbe
avere accesso.
E’ un posto che,
tra qualche anno,
capitandoci,
ti chiederesti perché ha quel nome.

Sono anche andato molto vicino
a picchiare un cretino francese
che urlava per fare una foto
alla sua moglie cretina
e ai suoi figlioletti cretini
sullo sfondo di falene
spaventate a morte.
Ma questa è un’altra storia.

Quello che volevo dire,
invece,
è che forse certi sogni
sono esattamente come quelle falene.

Dormono.
E devono dormire fino al momento giusto.
Perché hanno ali piccole
e forza bastante solo per il volo fino a destinazione.
E, se li svegli prima,
l’energia è poca
e precipitano lungo il tragitto.

Che il vento vi sospinga e sostenga,
sogni dalle ali piccole.
postato da: capitansqualo alle ore 21:51 | Permalink | commenti (4)
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