mercoledì, 27 settembre 2006
TIME OUT

A me piacciono quelle cose
che a volte ci scordiamo di gustare.
Spesso mi richiamo all'ordine
e mi ricordo di quanto sono emozionanti
piccoli attimi incastrati tra grandi frenesie.

Credo che sia quasi obbligatorio
per noi che viviamo in grandi città,
così presi dalle corse quotidiane,
così distratti da tutte le voci che ci circondano.
Così affaccendati da dover segnare
in agenda anche l’ora in cui fare pipì.

Ieri ci pensavo riguardo lo sci.
Uno va a sciare e si concentra sulla tuta da sci,
sulla sciolinatura dei nuovi carving,
sulla chiusura ultra-regolabile degli scarponi.
Ha lo swatch caricabile con lo skipass,
ha gli occhiali da sole con lenti fotosensibili,
ha il bluetooth: ha tutto.
E, appena sceso dalla seggiovia,
fila come un lampo dal cucuzzolo alla valle.

Ma - mi chiedo - che si scia a fare
se poi non ci si ferma un attimo
per sentire quel solletichino freddo
dei fiocchi di neve appena sopra il labbro superiore?
Se non ci si concede un paio di curve
con la testa per aria?
Se non ci si gode un vin brulé
mentre il sangue torna a circolare nei piedi?
Se, al posto di correre al parcheggio,
saltare in auto per gettarsi sotto la doccia
e ri-uscire in tempo per non perdere
l'aperitivo con musica lounge,
non ci si attarda nella baita più in alto,
fino a quando la pista è sgombra,
il sole è quasi scomparso del tutto
e quello che ti trovi davanti
è neve e libertà
e il suono dei tuoi sci
e della tua voce che canticchia felice?

Ogni tanto bisogna perdere l’autobus
e andare a casa a piedi, senza fretta,
passeggiando.
Ogni tanto bisogna evitare di trangugiare
il solito panino in ufficio e uscire,
sedersi in una quieta trattoria
e mangiarsi qualche salume
con un bicchiere di rosso.
Ogni tanto bisogna rallentare
la velocità dei passi, alzare gli occhi
e osservare i palazzi, le finestre,
le persone.
Ogni tanto bisogna prendere una pausa,
durante un’interminabile riunione,
guardare i propri clienti
e chiedere “Allora, come va?”.

Ogni tanto bisogna fermarsi
e dirsi "Oh, scemo, ma dov'è il gusto nelle cose?
Mica te lo starai scordando?".

postato da: capitansqualo alle ore 17:35 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 11 settembre 2006

E, A PROPOSITO DI “SE SAPESSE”,…

…se sapeste che inizio di settimana.

Primo: è lunedì (con le ovvie conseguenze,
tra le quali la peggiore: non è sabato).

Secondo: ho passato la notte insonne.

Terzo: non ho passato la notte insonne
perché sono andato a divertirmi,
ma per un mostruoso mal di stomaco.

Quarto: alle 7.00 ho smesso di rigirarmi nel letto
e ho deciso di andare al lavoro prima.

Quinto: alle 7.30 ho tirato fuori dal box la moto,
l’ho accesa e sono trasalito appena ho visto
che stava pisciando (ma pisciando tanto, tipo
dopo un’intera serata all’Oktoberfest)
benzina.

Sesto: l’ho spenta e ha smesso di pisciare.
Fiducioso, l’ho riaccesa.
S’è riaccesa anche la pisciata.

Settimo: sono corso a prendere il treno
e, nel vagone, si era stipata una coalizione
degli abolizionisti del diritto di tenere aperti
(almeno uno spiraglietto!) i finestrini.

Secondo voi, il mondo sta cercando di inviarmi
dei messaggi?
postato da: capitansqualo alle ore 11:29 | Permalink | commenti (5)
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lunedì, 11 settembre 2006
APPENDICE AL POST PRECEDENTE.

Nel post precedente ho citato il comportamento
delle vecchine nella sala d’aspetto del medico.
Beh, mi è venuta in mente una cosa:
come mai nella sala d’aspetto ci sono
sempre le vecchine e mai i vecchini?
E ho avuto più di un medico,
quindi non posso pensare che il mio
fosse un dottore specializzato in donne ottuagenarie.
La prossima volta che aspetterò di entrare
dal dottore e una vecchina si siederà di fianco
a me e attaccherà discorso con
l’immancabile “Se sapesse…”,
risponderò che sapere è un mio grande desiderio.
E forse risolverò il dilemma.
postato da: capitansqualo alle ore 11:24 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 07 settembre 2006
I SENSI DI COLPA E I BAMBINI DEL BIAFRA.

Quando ero piccolo, mi sentivo spesso ripetere
di finire il cibo che avevo nel piatto.
Anche quando non avevo più fame.
Anche quando la quantità di cibo già ingerita
superava di gran lunga l’intero volume del mio corpo.

Per convincermi a non lasciare niente nel piatto
la tecnica più utilizzata era quella
di citare i bambini del Biafra
e il fatto che non avevano nulla da mangiare.

Come a molti della mia generazione,
mi riusciva difficile capire come potesse
essere d’aiuto il fatto che finissi tutto il mio cibo.
Al contrario, credevo che lasciarne un po’
(e spedirlo in Biafra) avrebbe risolto la situazione.

E’ passata una trentina d’anni
e mi sono reso conto di alcune cose.

La prima è che non sapevo dove o cosa
fosse il Biafra.
L’ho scoperto solo scrivendo questo post*.

La seconda è che da allora
ho molto rispetto per il cibo:
provo un dolore quasi fisico a gettarlo via,
non lo tratto con sufficienza, 
sono grato del fatto di poter mangiare ogni giorno,
avendo addirittura la possibilità
di scegliere tra cose che mi piacciono molto.

Ma la terza cosa è forse la più importante.
Ho capito che non riconoscere
il valore di ciò che abbiamo e non goderne
è un’offesa per chi ha meno o non ha niente.

Ed è un piccolo male del nostro tempo.
Ho notato che molta gente
sta meglio se sta peggio.
Viviamo una specie
di culto del malanno e del patimento.

Nella sala d’aspetto del medico,
le vecchine fanno a gara a raccontare i propri guai
(e quella che ne sciorina di più o di più gravi
diventa Reginetta della Sala d’Aspetto
e ruba il turno alle altre).
Tra i manager più o meno rampanti
quello che ha lavorato più notti
e sacrificato più amici
si circonda di un’aura di prestigio.
E così via.

Mi chiedo se si tratti di una spinta al martirio
o se, invece, non dipenda tutto da
un assurdo senso di colpa nei confronti
della felicità.

Mi guardo intorno e capisco
che la risposta giusta è la seconda.
Essere felici, in qualche modo, è diventata una colpa.
E chi è felice si sente come se
avesse rubato la felicità agli altri.
Così, per fuggire ai sensi di colpa,
ci si deve sentire infelici, vessati, indeboliti.

E’ la logica malata del “mal comune, mezzo gaudio”.
Non la capisco e la trovo rivoltante.
Contraria al senso della vita
(ché l’unico senso della vita,
se vogliamo essere onesti, è essere felici).

Se sono triste, non starò meglio a sapere
che altre persone sono tristi.
Se sto male, la mia situazione non migliorerà
per il fatto che qualcun altro sta male.
La felicità degli altri non toglie niente alla mia.
Né la mia toglie nulla a quella degli altri.
Anzi, chi sta bene aiuta gli altri meglio e più volentieri.

Insomma, secondo me, sentirsi in colpa perché si è felici
è assurdo come gettare il cibo che si ha nel piatto
per rispetto a chi non ne ha:
come ho imparato dai tempi del Biafra,
o quel cibo lo porti a chi non l’ha
oppure è molto meglio che lo mangi.

Gettarlo via non migliora la loro situazione
e, di certo, peggiora la tua.
Funziona col cibo, funziona allo stesso modo con la felicità.
Tutt’al più, ciò che andrebbe gettato
sono i troppi sensi di colpa
che ci auto-affibbiamo per ragioni davvero irragionevoli.


*Per chi non lo sapesse (per esempio io, fino a qualche giorno fa)
la Repubblica del Biafra nacque il 30 maggio 1967 come stato secessionista
del sud-est della Nigeria. Dopo tre anni di vessazioni da parte dell’esercito
e del governo nigeriano, il Biafra abbandonò ogni sogno d’indipendenza e,
il 15 gennaio 1970, tornò ufficialmente a far parte della Nigeria.
postato da: capitansqualo alle ore 17:16 | Permalink | commenti (3)
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