lunedì, 19 dicembre 2005
ODORO ERGO SUM.

La saggezza popolare lo tramanda da secoli:
“l’uomo ha da puzzare!”.
Ma, come al solito, la saggezza popolare viene sottovalutata.
E, in ogni caso, fraintesa.

Ecco, quindi, che abbiamo tutti interpretato
l’odoroso insegnamento come un postulato
che vorrebbe l’essere umano di genere maschile
puzzolente di sudore stantio e pezzato sotto le ascelle.

Concordo con voi: così fa schifo.
Ma vi invito a riflettere sul vero significato di quella semplice frase:
“l’uomo ha da puzzare!”.

Prima riflessione: ma con “uomo” non è che s’intende essere umano,
e quindi uomo, donna, bambino?
Seconda riflessione: ma con “puzzare” non è che s’intende odorare?
Così sarebbe molto più accettabile:
“le persone devono avere un odore”.

Pensateci: ognuno di noi ha un proprio odore.
Non da sudati o sporchi, ma normalmente.
Non cattivo o buono, semplicemente un odore.
E’ qualcosa che ci distingue.
La nostra voce ha un suono, i nostri occhi hanno un colore,
la nostra pelle ha un odore.

Vero, anzi falso.

Sono bastate quattro piccole scoperte per far perdere
all’uomo la sua identità:
l’acqua, il sapone, il deodorante e il profumo.
Da anni, non odoriamo più: profumiamo.
Oppure siamo neutri.
Indubbiamente
un grande progresso
per chi viaggia in luglio in metropolitana,
ma un passo indietro rispetto alla nostra natura.

Ok, andiamo per gradi: pensate agli animali.
L’olfatto è alla base della loro esistenza.
Annusano il cibo, annusano l’aria, si annusano l’un l’altro.
E poi decidono cosa fare.
Odorare è il loro modo per interagire col mondo.
Quando un gatto o un cane vi si avvicina,
la prima cosa che fa è annusarvi.
E’ il suo modo per conoscervi o riconoscervi.
Per esempio: la mia gatta mi annusa e,
subito dopo, comincia a fare le fusa.
(Quando torno da un’ora di corsa nel parco,
non ha bisogno di annusarmi:
mi riconosce a distanza. E le fusa le tiene per sé.)

Ci sono odori che lavorano a livello inconscio,
che ci riportano indietro di anni,
che ci rendono sereni o irrequieti.
Ci sono odori che neanche sentiamo
eppure ci influenzano.
Basti pensare all’effetto dei feromoni,
che ci innescano sessualmente senza neanche farsi percepire.

In preda a questi pensieri,
mi interrogo sul peso che diamo oggi all’olfatto.
E decido di cercare la risposta alle mie meditazioni
nel vagone del treno che mi porta da casa al lavoro.
Così, una volta salito, chiudo gli occhi
e lascio che sia il naso a raccontarmi il mondo che mi circonda.

Scopro così di essere attorniato da esseri mutanti:
enormi piante bipedi di ylang-ylang transitano alla mia sinistra,
piccole creature vaporizzanti cannella e lavanda
si muovono alla mia destra,
un tizio che deve chiamarsi “Denim”
mi urta senza chiedere permesso.
Intanto, numerosi fantasmi senza odore
lasciano effluvi di parole intorno a me.

Ecco: olfattivamente siamo ciò che ci spruzziamo addosso.
Allora mi chiedo: non sarebbe possibile sintetizzare
profumi di personaggi piacenti?
La mattina potremmo scegliere
se spruzzarci un po’ di odore di Brad Pitt
o vaporizzarci un paio di sprayate di Johnny Depp
(naturalmente, sarebbero disponibili
anche le versioni Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer). 

Pensate a come cambierebbe la nostra vita.
Certo, cani e gatti ci guarderebbero perplessi,
ma volete mettere il successo con le donne o con gli uomini?

Jannacci diceva che nella vita ci vuole orecchio.
Aggiungerei che, ogni tanto, un po’ di naso non guasta.

Sniff, sniff.

postato da: capitansqualo alle ore 17:05 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 19 dicembre 2005
POESIA A SPROPOSITO.

'Disse picche e scese di coppe,
mossa distratta pensò la gente,
infatti alla cameriera sbirciava le poppe,
il culo, le gambe e la bocca sporgente.
Si grattò i coglioni e si drizzò l'arnese,
ruttò sonoro e sbavò incurante,
s’immaginò tra due femmine stese,
a giocare tra i boschetti e le valli sante.
Sputò nel bicchiere e scaccolò una narice,
sbadigliò a bocca aperta, si grattò le gengive,
mostrò la lingua alla bionda Beatrice,
le propose una vita di serate lascive.
Gli altri, schifati da quei modi ammorbanti,
 scartarono tutti, uno dopo l'altro,
chi gettò due donne, chi un tris di fanti,
attesero il turno di quell’uomo scaltro.

Disse quadri e scese di ori,
mutò il suo sguardo e si fece sognante,
passò la mano e scrutò fuori:
la luna nel cielo era distante.
Parlò di sospiri, con rime e sollazzi,
parlò degli amori di giovin signore,
levò ovazioni agli innamorati, ai pazzi,
perduti per sempre o per poche ore.
Sembrava un filosofo, un sommo poeta,
declamava versi di rara finezza,
regalò una rosa e stabilì una meta:
dedicare la vita ad amore e dolcezza.
Gli altri stupiti si lasciaron cullare
dal suon sì dolce di quelle parole;
fu un gran dispiacere tornare a giocare,
tale era il diletto d’udir quel cantore.

Disse fiori e tirò giù bastoni,
divenne galante, un gentleman puro,
porse alle donne dolcetti sì buoni,
che ne conquistò il cuor di sicuro.
Offrì rose e versi, poesie ed effusioni,
depose mantelli su pozzanghere e fango,
di certo era figlio di grandi baroni
o forse di principi d’altissimo rango.

Gli altri pensarono ch'era impazzito,
prima gli insulti poi quella gran classe,
andarono avanti: giocare era un rito,
si doveva finire, cosunque accadesse.

Disse cuori e scese di spade,
diventò  impaziente, adottò un piglio altero,
come ghigliottina che testa recide
sparò sentenze con taglio sincero.
Svelò adulteri, complotti e bari,
divenne sprezzante e saettò conclusioni,
chiunque cercasse di essergli pari
avrebbe di certo perso i calzoni.
Gli altri si alzarono e gli andarono incontro,
stanchi del fato di venire umiliati
dalla parlantina e dal suo incauto affronto,
lo presero di peso, uno davanti e due ai lati.

Disse scusate, uscì 'vaffanculo',
venne picchiato, spogliato e anche morso,
lo fustigarono con fruste da mulo
in testa, sul viso e infine sul dorso.
Urlò come un pazzo e svegliò anche la donna
che gli dormiva accanto, nel letto,
un sogno! un incubo della madonna!
era intonso, al riparo, sotto il suo tetto.

Pensò ch'era brutto dire una cosa
e sentir pronunciare l'esatto contrario,
cercò di spiegarlo alla futura sposa,
cercò di narrarle quel sogno sì vario:
disse 'tesoro',
pronunciò 'troia'.

postato da: capitansqualo alle ore 16:50 | Permalink | commenti
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