mercoledì, 06 maggio 2009
L’EDUCAZIONE AI TEMPI DI GOLDRAKE.

Solo per dire,
visto che ho una certa età
e che mi è tornato in mente
(e alla mia età è meglio approfittare
degli ultimi sprazzi di memoria!),
che quand’ero piccolo
l’educazione era un’altra cosa.

Roba seria.
Una faccenda quotidiana.
Precisa.
Minuziosa.
Roba che spegnere il cellulare a cena,
non urlare in un vagone,
non parcheggiare su un marciapiedi
o, semplicemente, salutare quando
si entra o esce da un negozio
è banale a confronto.

Ecco, per dire,
ai miei tempi,
quando Goldrake si trovava davanti
un nemico inviato da Vega,
sullo schermo appariva
(in giapponese) il nome del mostro.

Anche tra un gigante di latta
dalle corna luminose
e un’ameba luccicante proveniente
dall’iperspazio
ci si presentava e salutava.

Poi partiva il maglio perforante
ed eran cazzi stellari.
Ma l’educazione restava intatta.

Ma chi è?...
Ma chi è?...
tà tà tà tà
postato da: capitansqualo alle ore 17:09 | Permalink | commenti (5)
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mercoledì, 25 marzo 2009
INSPIRATION IN ASIA.

Hey, quanta polvere qui dentro!
Quanto tempo, quanti giorni, quante parole mancanti.
Come state?
Siete cambiati in queste mie settimane di assenza?

Io ho viaggiato.
Dentro e fuori la città, con scatoloni in macchina.
Dentro e fuori l’agenzia con i soliti problemi
e problemi nuovi.
In Noi.
Nel mondo.

In Facebook, per un po’.
Poi, ve lo devo dire, di quest’ultimo mi sono rotto le scatole.
Somiglia troppo a un reality.
E i reality non mi piacciono. Mi fanno tristezza.
Non tanto per quello che accade dentro lo schermo
(che ormai non è più uno schermo, ma una finestra,
attraverso la quale possiamo vedere il lato mediocre delle nostre vite.
Rappresentato da personaggi di basso livello).
Dei reality, in realtà, mi fa tristezza chi è fuori dallo schermo.
E passa il proprio tempo a osservare gente di poco conto
che fa cose quotidiane.
La realtà che malinterpreta se stessa.
La quotidianità becera usata come salvagente
per sopravvivere alla propria piccolezza.
Perché non funziona più l’esempio positivo,
eccellente, aspirazionale usato come sprone a elevarsi.
Ormai siamo nell’era dell’esempio senza valore
usato come scusante per non cercare di lavorare
su se stessi e diventare persone migliori,
superare i propri limiti, spingersi oltre e più in alto.

Siamo rassegnati. Ecco il problema.
Chi scrive non legge Borges,
perché finirebbe solo per pensare “Diamine, non scriverò mai così!”.
Chi suona il piano non ascolta Keith Jarret,
perché si darebbe all’ocarina.
E così via.
Al giorno d’oggi, chi scrive legge libracci scritti male,
perché dentro sente espandersi la piacevole sensazione
di essere all’altezza.

Ho letto due giorni fa un’intervista a Nuno Bettencourt
(bravissimo chitarrista della band americana Extreme.
Lo so: non li conoscete.
Eppure “More than words” la canticchiano anche i fan di Jovanotti).
Diceva una cosa talmente ovvia da doverla necessariamente ribadire:
“Tutti mi dicono che la mia abilità con la chitarra
è un dono del destino, un talento innato, una caratteristica benedetta.
Che cazzate: guardate che io sin da adolescente
mi chiudevo in camera dodici ore al giorno a studiare la chitarra
e fare pratica.
Non è caso: tutti con la pratica possono fare quello che vogliono!”.
Ecco: incontriamo qualcuno bravo in qualcosa e ci rifugiamo
nell’idea che la sua capacità sia un dono.
Perché è più comodo che ammettere che, se davvero volessimo,
potremmo tentare anche noi. Ma ci vorrebbe un grandissimo impegno.
Dell’impegno parleremo in uno dei prossimi post!

Utilizzerò ancora Facebook, ho anche aperto un profilo Lo Scriba.
Ma lo userò ogni tanto. Solo ogni tanto.

Lasciamo stare.
Cambiamo argomento.
Parliamo di qualcosa di bello:
la Musica!

Ieri sera sono andato al concerto degli Asia.
Qualcuno li ricorderà, magari non i più giovani
(l’età media al concerto era superiore ai 38 anni).
Si tratta di quattro musicisti provenienti da grandi gruppi del passato
(Yes, King Crimson, Emerson Lake & Palmer e Buggles, per citarne alcuni).
Per molti di voi questi nomi non significano nulla.
Ma, se vi facessi sentire qualche canzone,
riconoscereste cose note.
Per esempio:
YES: “Roundabout”, “Starship Trooper” e “Owner of a lonely heart”.
KING CRIMSON: “21st Century Schizoid Man”, “The court of the Crimson King”
e “Larks Tongues in Aspic”.
ELP: “Fanfare for a Common Man” e “From the Beginning”.
THE BUGGLES: basti “Video Killed the Radio Star” (profetico, eh?).

E degli Asia ricorderete: “Heat of the moment”.

Insomma, quattro sessantenni sul palco:
se mi capite, una cosa che fa bene.
Perché quelli non suonano spartiti scritti da uomini marketing,
non suonano sorridendo alle telecamere,
non suonano per aggiudicarsi il voto da casa o passare il turno.
Suonano perché amano suonare.
E si sente.

Il concerto è stato bello.
La gente poca.
La musica ottima.
Un vero piacere.
Da tornare a casa con le dita desiderose
di passeggiare sulle corde.

A proposito di reality,
tornando a casa mi è venuto in mente X Factor.
Che considero un folgorante passo in avanti
a livello di presenza musicale sulla televisione italiana
rispetto a quella esibizione marcescente che è Sanremo.
Anche se, essendo quasi esclusivamente un programma televisivo,
temo che con la musica abbia a che fare solo marginalmente.

Pensavo: negli anni ’70, il marketing entrava nella vita dei gruppi
e dei cantanti una volta diventati famosi (dopo la gavetta dai localini
ai localoni, alle radio e ai palchi).
Negli anni ’80, il marketing si è portato avanti:
è passato a lavorare già dal primo disco. Indumenti di scena compresi.
Negli anni ’90, il marketing ha iniziato a creare personaggi
prima ancora che mettessero un microfono davanti alla bocca
(basti pensare a fenomeni come Take That, Spice Girls e simili).
Ora, se penso a X Factor, mi rendo conto che il marketing si è fatto furbo.
Se crei dal nulla un personaggio famoso (perguadagnare sulla sua carriera),
quello poi si monta la testa e fai fatica.
Se il tuo guadagno lo concentri nell’attività di creazione del personaggio,
ecco che non ti interessa più cosa accadrà dopo.
X Factor è questo. Il riflettore è sul processo di creazione del personaggio.
Poi si spegne. O finisce nelle mani del marketing più tradizionale.

Ho sentito diverse persone dire:
“Almeno X Factor si basa sul talento e aiuta i musicisti sconosciuti”.
Può essere.
Fino a un certo punto.
Nel senso che prende gente che in effetti ha del valore
e si concentra sul renderla televisiva.

Ma, se volete veramente aiutare i giovani musicisti emergenti,
andate a vederli nei locali, ad applaudirli, a comprare i loro cd auto-prodotti.
Questo li aiuta.
Magari, se volete fare di più, ricordatevi che con “musicisti”
non s’intende solo “cantanti”.
Provate a dare un minimo di attenzione anche agli strumentisti.

Sono tornato.
Tutto qui.
E ho molto da dire.
Ma, per oggi, Big Ben ha detto “Stop!”.

Vi lascio dedicandovi “The Clap”!
A tutto volume!






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venerdì, 21 novembre 2008
LA DIFFERENZA.

Come si chiama una cosa così
non si può dire in una sola parola.
O forse sì.

Basta pensare al fatto che la vita
si può guardare solo dall’alto
o dal dentro.
E non è vero che è sempre dall’alto
che appare più chiara, più nitida,
più oggettiva.
A volte il pasto nudo,
il momento di perfetta lucidità,
lo raggiungi solo quando ci sei dentro,
totalmente immerso, e,
per il tempo di un respiro,
del levare di un battito di cuore,
ti cristallizzi sul posto,
resti immobile,
fermo-immagine di te stesso,
e ascolti la tua anima.

E ti accorgi che in questo tempo
il mondo sarebbe completamente diverso
se non fosse quello che è.
Ti accorgi, semplificando il tutto,
che sei felice e sereno.

E poi ti guardi intorno.
Non tanto “intorno”,
diciamo “strettamente intorno”,
così “intorno” da vedere solo
ciò che hai attaccato addosso.
E soppesi gli assilli, le preoccupazioni,
i problemi e i guai.
Le tasse ancora da pagare,
quelle nuove e quelle arretrate,
l’auto che sarebbe da demolire,
il dente che ti si è rotto,
la schiena che fa male,
le crisi e le congiunture,
il lavoro che non riesce a essere
come potrebbe e quasi sempre
è come non dovrebbe,
gli sforzi immensi e i timidi raccolti.

Serri gli occhi, allora.
E un pochino digrigni i denti.
Giochi al viaggio nel tempo.
E pensi che tutto questo,
solo un anno e mezzo fa,
ti avrebbe fatto arrivare a casa la sera
piegato.

Eppure sorridi. E ti godi ogni momento.
Perché oggi non è un anno e mezzo fa.
E nella vita hai qualcosa
che cambia tutto,
che riempie ogni vuoto,
che illumina ogni passo.

E non è solo il fatto che l’auto
alla fine riparte sempre,
che il dente s’aggiusta
e la schiena migliorerà.
Non è solo che credi in ciò che fai
e che quel che devi pagare lo pagherai
e quel che puoi raccogliere saprai raccoglierlo.

E’ che sai cosa sei e cosa vuoi essere.
Ed è un sostantivo al plurale.

Riapri gli occhi,
torni a muoverti.
Non sei più un fermo-immagine,
ma un uomo che cammina.
E i passi che fa
hanno cadenza, ritmo e direzione.

Come si chiama una cosa così
non si può dire in una sola parola.
O forse sì.
Si chiama differenza.

E, nel mio caso,
la differenza sei tu.
postato da: capitansqualo alle ore 23:05 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 08 ottobre 2008
UNA MALEDIZIONE.

Ci sono due modi per far evaporare la rabbia.
Uno è respirare a fondo, pescare in se stessi l’energia positiva
e lasciarsi dietro le spalle ciò che ti ha fatto arrabbiare.
L’altro è sfogarsi e farla venire fuori.

Ho deciso che li adotterò tutti e due.
Partendo dal secondo.
Ma prima vi racconterò perché sono arrabbiato.

In sintesi (cronologica):

Aprile 2008.
Questa primavera ero in procinto di traslocare.
Sarei entrato nel nuovo appartamento dal primo di maggio
e avevo chiesto alla mia nuova padrona di casa
(siccome l’appartamento era già libero)
di poter sfruttare aprile per ritinteggiarlo.
E lei, essendo tra l’altro una mia amica,
aveva risposto positivamente.
A metà aprile, un sabato verso le 15,
i ladri hanno forzato la porta e sono entrati.
Trovando solo due rulli, due pennelli e
due barattoli di pittura.
Quindi, sono andati via.

Maggio 2008.
Una sera sono sceso per prendere l’auto,
che avevo parcheggiato vicino a casa.
Ho trovato il finestrino del lato passeggero sfondato.
Ora, non ci troverete niente di assurdo.
Capita.
Certo: capita.
Ma la mia auto è una Micra del 1991!
Vecchia, scassata, provata dagli anni.
Parcheggiata in una via punteggiata di Suv,
Mercedes e compagnia bella.
Quello che dico è: ma che diamine
pensi di trovare in un’auto così?
Hanno aperto la custodia dell’autoradio
e hanno lasciato l’autoradio là!
D’altronde ha gli stessi anni dell’auto.
Hanno rubato solo due cose:
1) la cassetta che serve a collegare l’iPod all’autoradio.
2) Un paio di Rayban a goccia che comprai in terza media
(sto parlando degli anni di Deejay Television, di Daitarn 3,
di Dallas).
Il finestrino mi è costato 140 euro.

Giugno 2008.
La mia auto (sì, sempre quella) si trovava parcheggiata
in una via grande di Milano (sempre vicino a casa).
Tenete conto che il sedile dietro era reclinato e il poggia-oggetti
era stato tolto, perché il giorno prima avevo portato una cosa.
Beh, dei ladri hanno tentato di forzare la serratura del
portabagagli. Tra l’altro, non riuscendoci.
Quindi, oltre che ladri, imbecilli.
Soprattutto: che diamine vuoi rubare in una micra del ’91,
tutta ammaccata e vecchia, con il portabagagli a vista
(vuoto) e da cui hanno già rubato i Rayban ultra-ventennali?

Luglio 2008.
Una notte dei ladri sono entrati nel mio ufficio.
Hanno frugato ovunque.
Hanno rubato gli assegni della società (li hanno pure timbrati!
Ma non li hanno usati: li ho bloccati in tempo!),
il mio portatile, due mie macchine fotografiche con tre obiettivi
(trattasi di reflex analogiche).

Ottobre 2008 (oggi, due ore fa).
Qualcuno ha rubato gli specchietti della mia moto.
Tra l’altro, essendo imbecille (sarà mica
lo stesso ladro che ha tentato di aprirmi il portabagli
dell’auto?) ne ha rotto uno perché ha forzato
troppo per svitarlo.

In sintesi:
casa, auto, auto secondo estratto, ufficio, moto.
In cinque mesi.

Dov’è lo sfogo, vi starete chiedendo.
Beh, è nella maledizione.
Che non è la maledizione che ha colpito me,
rendendomi un soggetto particolarmente apprezzato dai ladri.
Ma quella che lancio ora contro chi ha toccato le mie cose,
causandomi danni fastidiosi (sono in affitto, ho un’auto di 17 anni,
una moto di dieci: non sono ricco, tutt’altro).
Lo maledico.
E non parlo di religione e quelle maledizioni là.
Io sono ateo.
Parlo proprio del fatto che gli auguro del male.
E qualcosa di brutto gli succederà.
Ne sono certo.
Ecco. Questo è lo sfogo.

Detto questo, credo che comincerò a valutare
diversamente la presenza dell’esercito
nelle strade della città in cui vivo.
Evidentemente non è esagerata.

Ok.
Ora respiro…
ahhhhhhh…
bene. Sono molto più calmo.
Adesso posso mettermi a lavorare.

A presto, lettori.
Addio, ladri!
postato da: capitansqualo alle ore 23:26 | Permalink | commenti (3)
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venerdì, 04 luglio 2008
DECELLULARE.

Ormai dovreste esserci abituati:
sto per fare un test.
Dovete rispondere sinceramente.
E le domande sono più di una.

1) A quanti centimetri da voi è il vostro cellulare?
Sono certo che la quasi totalità di voi
(me compreso) ha risposto: a meno di 50 centimetri.

2) Vi capita di sentir suonare il cellulare
anche se non sta suonando?
Diverse persone tra voi hanno
sicuramente risposto di sì.

3) Quand’è l’ultima volta
che avete passato un intero giorno
senza accendere il cellulare?
(Ho sentito! Intendo il coro sbalordito:
“Un… intero… giorno…
senza… il… cellulare?”).
Sono sicuro: il 99,9% di voi
non passa un giorno senza il cellulare da anni.

4) Quando suona un cellulare vi sembra
tanto strano che uno non risponda?
Anche qui la quasi totalità di voi
ha risposto un SI’ roboante.
(Sapeste com’è piacevole e salutare
lasciar suonare il cellulare e fregarsene.
Chissà come mai col fisso lo si faceva
senza darsi il minimo pensiero e
col cellulare sembra inconcepibile?).

Risultato (secondo il mio modo di vedere,
ovviamente):
si tratta di una brutta malattia.
Siamo diventati strumenti del cellulare.

Risultato (secondo l’evidenza):
questa dipendenza ci decellula.

“Decellulare”, neologismo: voce del verbo
eliminare cellule cerebrali attraverso l’utilizzo
di un comune apparecchio telefonico mobile.

Spiego: qualche giorno fa
ho visto un video interessante.
Soprattutto per chi utilizza molto il cellulare,
per chi se lo porta sempre addosso,
per chi lo tiene vicino a organi utili del nostro corpo.
E anche per chi ama il pop corn.

Ve lo faccio vedere.
Poi ditemi voi.
Anate su www.youtube.com
e digitate "popcorn cell phone".

Che dite?
Interessante?
State già telefonando agli amici?
O vi lascia indifferenti come quel
“IL FUMO PROVOCA IL CANCRO”
sui pacchetti delle sigarette?
State già facendo incetta di mais?

Hey,
ma quanti cellulari servono
per arrostire il pollo?

(Ora che ci penso: il video mi ha fatto anche
capire perché c’è ancora gente che al cinema
tiene acceso e addirittura usa il cellulare!
Cos’è un bel film senza una buona dose di pop corn?)


postato da: capitansqualo alle ore 16:56 | Permalink | commenti (3)
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mercoledì, 25 giugno 2008

1 FOR THE MONEY.
2 FOR THE SHOW.
3 TO GET READY.
100 FOR LOVE.

E’ che ai numeri ci tengo.
Quindi, siccome questo è il 100simo post,
ci tenevo che parlasse di qualcosa d’importante.

Per esempio, l’AMORE.

Prometto:
eviterò le rime con “cuore”,
non scriverò di api e fiori,
tratterrò (due erre!) ogni impulso a spetalare margherite.

Mi limiterò, se permettete, a due considerazioni.
Sull’amore del cuore e l’amore del corpo
(che poi vivono insieme, altrimenti si tratta
di cardiofitness e di ginnastica).

CUORE.

Facciamo un esperimento: vi scrivo una parola
e voi, per due secondi, tre al massimo,
pensate a cosa vuol dire.

Pronti?

Ecco la parola:
matrimonio.

Ecco i secondi:
uno, due, tre.

Fatto?
Ora, quanti di voi hanno pensato
al giorno delle nozze alzino la mano.
Dai, siate sinceri.

Troppi!
Nel senso: ancora troppe persone
hanno le idee confuse a riguardo.
E quando pensano a “matrimonio”
immaginano un prete o un sindaco,
un numero variabile di invitati
e una torta con due personaggini sopra.
Alla peggio, visualizzano Las Vegas
ed Elvis che li benedice muovendo le anche.

E’ ora di chiarire una volta per tutte:
il “matrimonio” non è il giorno delle nozze,
ma ogni giorno da quello in poi.

Lo dice anche il vocabolario,
per il quale il matrimonio è
il “rapporto di convivenza dell’uomo e della donna
in accordo con la prassi civile, ed eventualmente religiosa,
volto a garantire la sussistenza morale, sociale
e giuridica della famiglia”.

Ok, ve lo devo dire:
secondo me è una definizione riduttiva.
Il matrimonio, da come la vedo io,
è una vita insieme, una famiglia,
due che sono diventati uno,
un abbraccio, due mani unite.
Ogni giorno.

Ecco.
Se devo sintetizzarlo, posso dirlo così:
IL MATRIMONIO È OGNI GIORNO.

CORPO.

La mia idea di amore carnale
si concentra in un semplice concetto.
Non può esserci niente di più sensuale
che andare a letto con una donna sposata.
Se è tua moglie.

Ovviamente, per chi non è sposato,
basta fare una piccola modifica.
Non può esserci niente di più sensuale
che andare a letto con una donna fidanzata.
Se è la tua fidanzata.

E, altrettanto ovviamente,
vale anche per le donne.

Intendo dire che,
se, per provare eccitazione,
hai bisogno di cambiare spesso partner
significa che ci sai fare davvero poco.
Innanzitutto con te stesso.

Perché se ci tieni, se ci metti un po’ di fantasia,
se ti lasci andare davvero, pian piano,
se ogni volta aggiungi qualcosa di te in più,
se scovi un pizzico d’inventiva,
se sei fisicamente sincero,
se non smetti di sedurre la persona
con cui dividi la tua vita,
allora c’è poco da fare:
il sesso migliora.
Di volta in volta.

Dieci anni dopo diventa ancora più sensuale,
avvolgente, gratificante, eccitante.
Basta non lasciare che il tempo diventi pigrizia,
ma far sì che si trasformi in ricerca.

Il piacere è scoperta.
E c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire,
nuove vie per farla impazzire,
nuove carezze da inventare.

RIASSUNTO.

Unite le due parti e viene fuori
un abbraccio quotidiano
di corteggiamento e seduzione.

Che è la mia idea di AMORE.
Il mio contributo al tema
più trattato al mondo.
Insomma, come dicono gli anglosassoni,
my two cents.
E il mio centesimo post.





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lunedì, 16 giugno 2008
ALITAGLIA?

Quanto costano un paio di ali?
Forse meno di un biglietto aereo per un volo Alitalia.

Ebbene sì, cari lettori,
non potevo certo sorvolare sull’argomento Alitalia!
Perché, ve lo devo dire,
a me tutta questa storia dei nostri soldi
a una compagnia aerea che non se li merita dà fastidio.

La questione è:
l’Alitalia ha ricevuto altri soldi dallo Stato.
Tanti soldi. Tantissimi soldi.
E lo Stato siamo noi. Siamo proprio noi.
Lo so che non vi sembra,
lo so che non avete sentito quei soldi decollare
dal vostro personale portafogli,
ma così è stato!
Sono volati via.

In pratica, una società già colpevolmente fallita da anni 
può continuare a perdere soldi su soldi
grazie al fatto che volenti o nolenti
(personalmente, molto nolente)
glieli diamo noi a camionate, in regalo.

Questo mi fa girare le palle.
Detto papale papale
(o papalle papalle?).

Me le fa girare perché non lo trovo giusto.

Me le fa girare perché Alitalia è fallita colpevolmente:
con colpa dei vertici manageriali che
l’hanno gestita pessimamente,
dei lavoratori che hanno sempre lavorato poco e male,
dei sindacati che hanno organizzato scioperi continui
che hanno fatto preferire ai viaggiatori
altre compagnie più affidabili.

Sostanzialmente del fatto che il monopolio
permetteva ad Alitalia di incassare tanto,
sperperare molto e offrire un pessimo servizio.

Me le fa girare perché un negozio, un ristorante,
una società normali (senza peso politico e sindacale)
se hanno dei problemi economici falliscono.
E nessuno se ne cura.

Va beh.
Ormai la frittata è fatta.
Ma visto che tra tutti quei soldi
che i nostri governi hanno regalato all’Alitalia
c’erano anche i miei,
a questo punto voglio dei voli gratis.

VOGLIO DEI VOLI GRATIS!

Mi sembrerebbe il minimo.
Mi spettano.
Li ho pagati.
E li avete pagati anche voi.
Si parte?
postato da: capitansqualo alle ore 11:56 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 09 giugno 2008
IMMAGINA.

Immagina il senso di sete
dopo due giorni senz’acqua.
E il desiderio di bere.
No, non immaginare il fastidio
di non aver bevuto,
ma la forza di quel desiderio.

Immagina la voglia di masticare
e gustare dopo due giorni senza cibo.
Pensa alla potenza di quella voglia di cibo.

Immagina di non dormire per due notti.
E alla sensazione straordinaria
di mettere a quel punto la testa sul cuscino
e chiudere gli occhi.

Immagina.
Non le privazioni, ma il desiderio.
L’intensità e la naturalità
di un tale desiderio.

E ora immagina
la stessa spontaneità,
la stessa naturalezza,
la stessa forza
nel desiderio non di cibarsi,
dissetarsi o dormire.
Ma di condividere.
I giorni, le notti, i sogni.

Le verità più pure
non hanno bisogno di essere cercate.
Si manifestano da sole.
Ecco.



postato da: capitansqualo alle ore 12:01 | Permalink | commenti (3)
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martedì, 22 aprile 2008
CHI RISBAGLIA PAGA.

No: il titolo è corretto.
E’ il motto che è sbagliato.

Sì, intendo proprio quel
“Chi sbaglia paga” che tutti conosciamo.
Lo apprezzo. Fa parte dei miei valori.
Intendo dire che trovo giusto
che chi sbaglia paghi.
Perché noi nella vita scegliamo.
Sempre.
Ed è giusto essere responsabili
delle proprie scelte.
E raccogliere o pagare.
Io credo in questo.
E infatti non sopporto
chi sbaglia e non paga.
Però…

Però trovo che sia più importante
un’altra faccenda.
Cioè il fatto che gli errori insegnano.
Come minimo,
insegnano a non sbagliare più.
A volte, si impara dagli errori
più di quanto si possa imparare da ogni azione giusta.

Io non ho mai avuto paura di sbagliare in vita mia.
Non perché io sia o sia stato infallibile.
Perché di errori ne ho fatti.
Ma perché non c’è altro modo
per essere sinceri con se stessi.
Se non fare ciò in cui si crede.
E nel caso accorgersi, a un certo punto,
di aver sbagliato.

E poi fare tesoro di quell’errore.
Dell’insegnamento che ha da dare.
Perché poi capisci di più il valore delle cose.
E, quando ti ritrovi davanti a una scelta,
sai più profondamente cos’è giusto e cosa no.
Che si tratti di dosare le spezie mentre cucini,
di decidere qual è il mestiere che fa per te,
di chiedere a una donna di sposarti,
di valutare dove passare le vacanze,
di scegliere tra tenere il broncio o sorridere.

E’ così che la vita ti insegna.
Facendoti sbagliare.
E, poi, se sei stupido,
facendoti sbagliare di nuovo.
Ma, se stupido non sei,
permettendoti di riconoscere
il valore delle tue scelte.

Chi sbaglia paga.
E’ vero.
Ma, se vuole, raccoglie l’insegnamento.
E questo è un gran guadagno.
Solo chi risbaglia paga.
Perché non si merita altro.

Nella mia vita di oggi,
mi capita di pensare ad alcuni errori passati.
E sorridere perché è anche grazie a quelli
che capisco a fondo il valore della mia vita attuale.



postato da: capitansqualo alle ore 22:48 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 14 aprile 2008
UNO SPARO NEL SUBWAY.

Inatteso, imprevedibile,
uno sparo lacera l'aria ed echeggia fuori dal Subway.
Ed è proprio UNA SERATA STRANA.

La seconda parte è on line:
http://subwaysoulbar.splinder.com/
postato da: capitansqualo alle ore 12:17 | Permalink | commenti (2)
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